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Cosa sono i MONOCOMPONENTI?

E la pianta Singola in vari  forme e preparazioni …

 

Ma La domanda regina che tutti ci poniamo e la seguente:
Oggi, con una medicina Moderna sofisticata, con ricerche farmacologiche avanzate, con sistemi diagnostici
in evoluzione costante, con la genetica, con tutte le più importanti case farmaceutiche e istituti di ricerca
impegnate nello sviluppo di farmaci non è un po’ Anacronistico e illogico affidarsi alle piante o sistemi
naturali per curare le malattie?

 

LE MEDICINE NATURALI

Per migliaia di anni in maniera indipendente gli uomini hanno cercato di trovare il modo di “curare” il proprio
corpo (negli scritti tratti da diverse fonti che leggerete nel resto del corso approfondirete diversi argomenti).
Quello che voglio puntualizzare che tutti hanno utilizzato le piante del loro ambiente e hanno avuto migliaia
di anni e di “pazienti” per dimostrare e valutare l’efficacia delle piante e composti.

Un pó di storia…

Per erbe medicinali s’intendono quelle piante che possiedono proprietà terapeutiche.
L´uso delle piante come terapia per le varie malattie è antichissimo, probabilmente risale alla preistoria,
periodo in cui l´uomo cibandosi di bacche e radici spontanee, sperimentò casualmente i loro effetti curativi
o al contrario i loro effetti tossici.
Testimonianze dell´uso di specie vegetali a scopi terapeutici, sono presenti in numerose parti del mondo,
ad esempio in Egitto, dove è stato ritrovato il papiro di Ebers, datato 1500 a.c. che presenta la descrizione
d´alcuni medicamenti a base d´erbe.
Nell´antichità l´utilizzo delle piante era associata a riti magici o religiosi, infatti, spesso la loro raccolta,
preparazione e somministrazione era riservata a varie figure rilevanti all´interno della comunità come
streghe, maghi, anziani, sacerdoti, le cui conoscenze derivavano da una lunga tradizione orale.
L´associazione erbe medicinali – magia – religione, è provata dal fatto che alle piante erano conferite
proprietà magico-religiose, ad esempio con il ramo corbezzolo, pianta sacra per i romani, le dee guarivano i
bambini o allontanavano il malocchio, inoltre molte specie erano usate come ingredienti di varie pozioni
magiche.
Frequente è anche l´unione con la mitologia, nelle leggende erano spesso presenti piante curative, mentre
altre sono ricordate dai nomi delle stesse (es. nomi d´erbe che derivano da leggende mitologiche: il nome
dell´Achillea deriva dall´uso che Achille ne faceva per la cura delle ferite).
Molte rimedi fitoterapici sono utilizzati ancora oggi secondo le indicazioni fornite dalla medicina popolare.
La prima classificazione scientifica di piante medicinali è stata fatta dal greco Ippocrate (460 a.c.), che ha
descritto più di 200 specie vegetali; Dioscoride ne catalogò nel “De Materia medica” circa 600; Plinio il
vecchio ne elencò mille; Galeno, medico e filosofo greco, ne descrisse un migliaio con le rispettive
proprietà.
Nel Medioevo, queste conoscenze furono conservate per opera dei monaci, inoltre la Scuola Salernitana
diede un notevole contributo con l´opera Flos medicinae (Fiore della medicina) scritta in latino.
Nel rinascimento grazie anche agli scambi con l´Oriente e all´importazione di nuove varietà, fino ad allora
sconosciute in Europa, vi fu in notevole interesse per il settore erboristico, con particolare attenzione anche
per le spezie e gli aromi da usare per la cura del corpo.
In seguito Paracelso (1493-1541) pose la sua attenzione sulla “dottrina delle segnature”, secondo cui le
caratteristiche morfologiche di un vegetale suggeriscono la malattia che è in grado di curare, ma fu anche il
primo studioso che sostenne l´uso delle sostanze chimiche in terapia.
Dal settecento in poi, la sintesi di farmaci chimici portò gradualmente fino ai giorni nostri ad un minore
interesse verso le erbe, usate soltanto per l´estrazione di principi attivi singoli o precursori per sintesi
chimiche di farmaci.
Soltanto negli ultimi decenni, vi è stata una riscoperta della fitoterapia, sia per la cura che per la
prevenzione di numerose malattie.
Il progresso della scienza, ha permesso lo sviluppo di nuove tecniche estrattive e di analisi che hanno
permesso ai ricercatori di trasformare l´interesse per le piante terapeutiche, in una disciplina vera e propria,
basata su evidenze scientifiche.

 

La fitoterapia moderna

La fitoterapia moderna, che spesso prende spunto dalla tradizione popolare, ha come obiettivo l´utilizzo di
piante, sicure, efficaci e con scarsi effetti collaterali attraverso una serie di studi sperimentali che ne
individuano ed isolano i principali costituenti chimici, il loro effetto, meccanismo d´azione e tossicità.
Oggi, i prodotti fitoterapici oltre ad essere esenti da contaminanti (pesticidi, metalli pesanti, sostanze
tossiche), devono avere concentrazioni di principi attivi costanti, in modo da garantirne l´efficacia.
Questo risultato può essere ottenuto attraverso un processo di standardizzazione del fitoterapico ed un
rigoroso controllo di qualità durante tutto il processo produttivo, dalla coltivazione delle piante sino al
confezionamento del prodotto finito.
La fitoterapia non deve essere considerata come una medicina priva di rischi, solo perchè di origine
naturale, infatti, non tutto ciò che è naturale è innocuo.

Termini (ed i loro significati) che spesso vengono menzionati in fitomedicina

Di seguito sono brevemente riportati alcuni termini (ed i loro significati) che spesso vengono menzionati in
fitomedicina.

Droga vegetale: parti della pianta o pianta intera utilizzate a scopo medicinale in quanto dotate di attività
farmacologica. La FU IX Ed. definisce la droga vegetale “costituita da parti, secreti o escreti di piante che,
come tali o come preparazioni, possono essere utilizzate a fini terapeutici, o come sostanze ausiliarie per la
preparazione di forme farmaceutiche”. Le parti utilizzate della pianta possono essere diverse (foglie, fiori,
frutti, semi, corteccia, rizoma o radici) in base alle sostanze da estrarre. In una stessa pianta le parti
utilizzate possono avere azioni diverse (per es. mirtillo frutto azione astringente, vasoprotettrice; mirtillo
foglie azione ipoglicemizzante, depurativa). Le droghe vegetali devono essere utilizzate o raccolte, per poi
essere preparate, durante il loro “tempo balsamico” ovvero il periodo dell’anno in cui il rendimento in
sostanze attive farmacologicamente è massimo.
Fitocomplesso: complesso, più o meno ampio, dei principi attivi estratti o derivati da una pianta medicinale,
responsabile di una certa attività biologica.
Titolazione: valutazione precisa del contenuto della sostanza attiva più importante del fitocomplesso di una
droga vegetale; tale contenuto, affinché si abbia un effetto terapeutico ottimale, non deve essere mai
inferiore al livello minimo fissato dalle Farmacopee Ufficiali o da studi scientifici basati sulle evidenze (per
es. la titolazione della Ginkgo biloba deve essere in flavonoidi al 24% e derivati terpenici al 6%, esente da
acidi ginkgolici affinché si ottengano risultati terapeutici ottimali e si evitino effetti collaterali).
Standardizzazione: processo che dopo la titolazione mira all’ottenimento di estratti caratterizzati da
contenuti costanti di principi attivi per rendere riproducibile sempre allo stesso modo, l’effetto di una
sostanza titolata.
Estratto secco: è sicuramente la forma più usata tra le varie forme estrattive, si ottiene partendo
dall’estratto fluido di una droga vegetale che viene fatto evaporare con un solvente e con particolari
tecniche a temperature non elevate. Si ottiene una polvere finissima, generalmente titolata e
standardizzata, con una concentrazione elevata e stabile di fitocomplesso.

 

CENNI DI FARMACOLOGIA

La farmacologia studia la chimica e le proprietà dei principi attivi e i loro meccanismi d’azione sui vari organi
e apparati dell’organismo umano e animale, la posologia ed il corretto impiego terapeutico.
I meccanismi d’azione dei principi attivi sono molteplici e non sempre noti. Recettori nervosi o cellulari
specifici possono essere attivati da particolari principi attivi. E’ come se avessimo delle chiavi (P.A.) che
aprono una particolare serratura (Recettore specifico). Lo stimolo chimico genera degli impulsi nervosi che
danno la risposta farmacologica; come se un dito (P.A.) pigia un interruttore e si accende la lampadina
(risposta farmacologica). A volte i principi attivi possono inibirsi a vicenda (antagonismo) o aumentare la
loro azione specifica in modo maggiore della somma del loro impiego singolo; in biologia a volte le regole
matematiche non contano e 3 + 3 non é 6, ma 8 oppure 10 (sinergia).

PREPARAZIONI ERBORISTICHE

ESTRATTI
Per utilizzare al meglio i principi attivi è possibile liberarli dalle cellule vegetali che li contengono utilizzando
solventi adeguati: acqua, alcol etilico, olii, glicoli.
ESTRATTI ACQUOSI

Tisane: per tisana si intende una miscela di erbe sminuzzate (taglio tisana) da utilizzare per estrazione
acquosa. Per una buona formulazione è indispensabile una buona conoscenza farmacognostica delle
droghe utilizzate per evitare antagonismi farmacologici.
Una tisana ottimale di norma contiene un massimo di 5-6 droghe differenti. Va ricordato che ogni droga può
contenere differenti e complessi principi attivi e che l’azione farmacologica non é direttamente
proporzionale al numero di droghe utilizzate. In linea di principio é opportuno utilizzare due o tre droghe
base per la patologia trattata ad azione sinergica, una o due ad azione mirata per l’obbiettivo specifico ed
una ad azione aromatizzante per “arrotondare” la miscela e/o per lenire eventuali effetti indesiderati delle
droghe base. Suggerimenti si potranno ricavare da formulazioni tradizionali diffidando, comunque, da
quelle particolarmente complesse perché fondamentalmente scriteriate.
Infuso: si ottiene versando acqua bollente sulla droga fresca o essiccata e sminuzzata, si mescola si copre
e si lascia in macerazione agitando di tanto in tanto per un tempo medio di 10 minuti. Si filtra e si consuma.
Questo tipo di preparazione viene di norma utilizzato per droghe aromatiche ricche di componenti volatili
(oli essenziali) e/o che cedono facilmente i principi attivi al solvente (fiori, foglie, sommità fiorite ecc.).
Decotto: si ottiene ponendo la droga fresca o essiccata e sminuzzata nella quantità prescritta di acqua
bollente; si copre e si continua l’ebollizione per il tempo necessario ad una ottimale estrazione. Si filtra e si
consuma.
Questo tipo di preparazione é indicato per droghe non aromatiche, non termolabili, legnose e poco
permeabili (fusto, radici, cortecce, rizomi ecc.)

ESTRATTI IDROALCOLICI

si ottengono macerando per il tempo indicato a freddo o a caldo, staticamente o dinamicamente
(percolazione; turboestrazione) la droga essiccata o fresca ma sempre sminuzzata o in polvere in una
soluzione di acqua e alcol etilico “buongusto” di 95° (Soluzione Idroalcolica). Il rapporto acqua/alcol ed il
conseguente grado alcolico della soluzione cambia rispetto alla droga utilizzata e generalmente varia fra i
30° e 70°.
In linea di massima droghe non coriacee, mucilaginose richiedono una bassa gradazione per una
estrazione ottimale, che invece non si otterrebbe con una gradazione più alta. Viceversa principi attivi poco
solubili in acqua o droghe coriacee richiedono una gradazione alcolica maggiore.
Nel caso di estrazione da droghe fresche va considerata per la gradazione del prodotto finito la quantità di
acqua già presente naturalmente nella pianta.
Per ottenere la gradazione richiesta per 1 litro di soluzione idroalcolica si diluirà l’alcol etilico a 95° in acqua
potabile con le seguente proporzione:
Alcol a 95° X grado alcolico da ottenere/95
La quantità di alcol a 95° risultante la si verserà in un recipiente graduato e si aggiungerà tanta acqua fino
ad ottenere l’esatto volume di 1 litro
.La tintura madre (TM) propriamente detta, in erboristeria, è definita in maniera diversa dalla FU tedesca e
dalla FU francese. Nel primo caso la Tintura Madre (Hannemaniana) è definita come il succo della pianta
fresca estratto per spremitura e stabilizzato con una soluzione etanolica (acqua + etanolo), in quantità pari
al perso del succo estratto. In tal Modo il rapporto tra sostanza estratta dalla pianta e soluzione etanolica è
di 1:2. Il metodo Hahnemanniano descritto in Farmacopea Omeopatica tedesca (H.A.B.) Prevede anche la
preparazione delle TM per Macerazione. In relazione al tenore in umidità della pianta si identificano 3
metodi di estrazione per macerazione: – Macerazione della pianta fresca con una soluzione etanolica pari al
contenuto in umidità della pianta (per piante con un tenore in umidità compreso tra 60 e 70% e che non
contengano oli essenziali e/o resine). con questo metodo si ottengono tinture madri con un rapporto tra
sostanze estratte e soluzione etanolica di 1:2 – Macerazione della pianta fresca con una soluzione etanolica
pari al doppio del contenuto in umidità della pianta (per piante con un tenore in umidità compreso tra 50 e
60% e/o che contengano oli essenziali e/o resine). con questo metodo si ottengono tinture madri con un
rapporto tra sostanze estratte e soluzione etanolica di 1:3 – Macerazione della pianta secca con una
soluzione etanolica pari a 10 volte il peso secco della pianta
La soluzione idroalcolica (acqua + alcool) viene aggiunta alla pianta in una rapporto di 1 a 10. Questo
rapporto viene ottenuto considerando come punto di partenza il peso della pianta secca.
La macerazione in questa soluzione dura circa 21 giorni.
La tintura madre ha il difetto di non essere né titolata né standardizzata ed ha una concentrazione di
principi attivi che è tendenzialmente bassa.
Nell’omeopatia le tinture madri sono spesso usate per la successiva preparazione dei medicinali
omeopatici.
Tintura o Alcolato: Si approntano per macerazione in alcool, dopo aver sminuzzato o polverizzato la droga,
sia in vaso chiuso a 40 gradi di temperatura, sia a freddo. L’operazione si compie in due volte; prima con la
metà dell’alcool che si impiega, successivamente con l’altra metà, protraendo ciascuna delle due
macerazioni per 4 o 5 giorni. Indi si spreme il residuo, si riuniscono i due liquidi che sono stati tenuti
separati e si filtrano.
Le tinture delle sostanze poco attive si preparano nella proporzione droga/ solvente di 1 a 5, le tinture di
sostanze particolarmente attive nella proporzione di 1 a 10. Tintura madre: si intende di norma per T.M. un
estratto idroalcolico da pianta fresca con rapporto droga solvente 1 a 5. Il termine “madre” é utilizzato
perché trattasi di prodotti di partenza per la produzione, per mezzo di successive dinamizzazioni (diluizioni
e agitazioni), di estratti omeopatici.
Tali preparazioni base sono comunque utilizzate tal quali in fitoterapia. Estratto fluido: sono soluzioni di
norma idroalcoliche dei quali si fa evaporare sottovuoto il solvente per ottenere un preparato che per ogni
grammo contenga 1 grammo di principi solubili della droga, ovvero un rapporto droga solvente di 1/1.
Estratti molli: con lo stesso procedimento svolto per la produzione di estratti fluidi si prosegue
l’evaporazione del solvente finché il residuo non bagni la carta ed abbia una consistenza pastosa.
Estratti secchi: con lo stesso procedimento svolto per la produzione di estratti fluidi si prosegue
l’evaporazione sotto vuoto del solvente finché il prodotto finito sia riducibile in polvere. Si tratta di prodotti
particolarmente attivi ed instabili perché igroscopici.

ALTRE PREPARAZIONI ERBORISTICHE
per utilizzare razionalmente le droghe é possibile utilizzare preparati che ne facilitino l’assunzione e ne
standardizzino i dosaggi. Capsule o opercoli: trattasi di opercoli di gelatina alimentare che vengono riempiti
con polveri di droghe e/o con estratti secchi ed anche, sempre e solo in aggiunta a tali ingredienti base o
eccipienti, con piccole quantità di olii essenziali. Nel caso di rimedi composti occorre miscelare con estrema
cura i vari ingredienti prima di incapsularli. Il procedimento di incapsulamento viene eseguito con macchine
apposite dette opercolatrici. Compresse o tavolette: sono dei preparati di consistenza solida che si
ottengono mediante la compressione meccanica delle droghe. Delle buone tavolette devono essere
caratterizzate da caratteri organolettici facilmente giudicabili come: superficie liscia, regolare; bordi lisci e
non slabbrati, colore omogeneo non maculato; sapore ed odore accettabili secondo l’uso al quale sono
destinate. Altre caratteristiche fondamentali sono: durezza, resistenza meccanica, resistenza all’usura, ma
con disintegrazione agevole per facilitare l’assorbimento e l’azione dei principi attivi funzionali.
Affinché le erbe esercitino l’azione desiderata, non è possibile comprimerle tal quali. E’ necessario per ogni
formulazione aggiungere degli eccipienti specifici: agglutinanti come il glucosio nei casi in cui una forte
pressione non permette di ottenere tavolette compatte.
Disintegranti come la cellulosa, capace di assorbire rapidamente l’umidità, rigonfiandosi e permettendo la
disintegrazione delle tavolette quando vengono a contatto con l’acqua o coi liquidi organici. Lubrificanti
come gli stearati che facilitano l’espulsione delle tavolette dalla matrice ed impediscono l’adesione di esse
al punzone. Riportiamo di seguito i passaggi base per la produzione di compresse erboristiche.
1 Miscelazione
la prima fase della lavorazione consiste nel miscelare intimamente la quantità ottimale di erbe,
opportunamente micronizzate, o estratti secchi con gli eccipienti onde ottenere una miscela omogenea
delle polveri e granulometricamente il più possibile uniforme.
2 Impasto
Si umettano e s’impastano con particolare cura le polveri come sopra descritto con un adatto veicolo:
etanolo, acqua, sciroppo di zucchero, soluzione acquosa di glucosio o di amido.
3 Estrusione oppure granulazione per via umida
Ottenuto un impasto denso e omogeneo questo viene passato tramite estrusore oppure granulatore
oscillante attraverso un setaccio che, indicativamente, abbia da 25 a 81 maglie per cm quadrato a seconda
della grossezza delle tavolette desiderate.
4 Essiccazione
Ottenuto il granulato umido lo si stende rapidamente su telai per l’essiccamento che viene effettuato in
forno con circolazione forzata d’aria d’ambiente riscaldata. Fondamentale è la rapidità dell’essiccazione per
evitare lo svolgersi di processi enzimatici fermentativi.
5 Granulazione a secco
I granuli essiccati vengono sottoposti ad un setacciatura frazionata con granulatore oscillante. A questo
punto vengono, eventualmente, aggiunti prodotti volatili come gli olii essenziali. Il granulo viene ripassato al
setaccio manualmente per il controllo qualitativo.
6 Compressione
Tarata e regolata la comprimitrice finalmente si comprime aggiungendo una irrisoria quantità di stearato per
un funzionamento perfetto della macchina.
7 Lucidatura, controllo di qualità
Si controlla peso durezza e disintegrazione e si ripassa a setaccio per eliminare eventuali residui di polvere
e per conferire alla tavoletta un aspetto lucido.

8 Confezionamento
Le tavolette sono immediatamente confezionate in flaconi di vetro scuro uso farmaceutico.
Sciroppi: Lo sciroppo base si prepara con acqua distillata e zucchero utilizzando 19 parti di zucchero sciolte
in 10 pari di acqua. Filtrando poi per panno. Allo sciroppo base vengono aggiunti i principi attivi funzionali
normalmente sotto forma di estratti. E’ possibile utilizzare invece dell’acqua distillata estratti acquosi di
piante officinali.

 

Gli oli essenziali o oli eterici

Gli oli essenziali o oli eterici sono prodotti ottenuti per estrazione a partire da materiale vegetale aromatico,
ricco cioè in “essenze” (da non confondere dunque con il termine aromatico usato in chimica organica per
le strutture altamente insature). Le essenze vengono prodotte dalle piante per molteplici ragioni, ed in
alcuni casi forse anche come scarti. Le ipotesi più forti vogliono che le essenze svolgano funzione
allelopatica, antibiotica, di attrazione degli impollinatori, e fungano da intermediari di reazioni energetiche.
Distillazione a vapore di olio essenziale
Gli oli essenziali come li conosciamo oggi sono un prodotto relativamente
moderno. Nonostante il concetto di estrazione in corrente di vapore sia
abbastanza antico e probabilmente sia stato sviluppato dai tecnologi arabi più di
mille anni fa, questa tecnologia non fu mai utilizzata per isolare gli oli essenziali,
bensì per ottenere le acque aromatiche, che erano considerate le vere “essenze”
delle piante. Soltanto con il progredire della tecnologia fu possibile isolare con
sempre maggior efficienza gli oli essenziali ed iniziare ad utilizzarli. Le
metodologie di estrazione accettate nella definizione di olio essenziale sono la
distillazione in corrente di vapore (che si distingue poi in distillazione nella quale il
materiale è immerso in acqua e distillazione nella quale il materiale è sospeso
sopra alla fonte di vapore), la spremitura a freddo (delle bucce o epicarpo dei frutti del genere Citrus), e per
alcune autorità anche la distillazione a secco o distruttiva (usata ad esempio per ottenere l’olio di cade a
partire da Juniperus oxycedrus). L’olio essenziale è quindi un estratto fitochimico selettivo, nel senso che
un particolare gruppo fitochimico è scelto e selettivamente rimosso dalla pianta. Vale la pena sottolineare
che l’estratto è altamente selettivo, dato che isola una componente minoritaria della pianta (mediamente
dallo 0,01% al 2%). Le essenze contenute nelle piante sono la fonte degli oli essenziali come prodotto, ma
non sono completamente sovrapponibili ad essi dal punto di vista chimico, dato che gli oli essenziali
contengono solo le molecole volatili alle condizioni di estrazione e idrofobiche (le molecole volatili ed
idrofiliche si perdono nelle acque aromatiche).
Uso antico degli oli essenziali
Non esiste un uso antico degli oli essenziali, se per antichità ci riferiamo all’antichità classica. I profumi o gli
oli profumati di cui si parla nei documenti di origine mesopotamica ed egizia, e poi greco-romana, sono da intendersi come oleoliti (estrazione delle essenze tramite macerazione in olio) o come resine grezze (ad
esempio incenso, mirra, sandalo, ecc.). Gli utilizzi medico-religiosi o razionali delle piante aromatiche in
antichità si riferiscono all’utilizzo della pianta in toto e non all’olio essenziale.
Uso moderno degli oli essenziali.
Attenzione: gli oli essenziali sono miscele complesse e concentrate di sostanze chimiche. L’uso
senza la supervisione di un medico può essere pericoloso. L’applicazione di oli essenziali puri sulla
pelle può portare a infiammazioni e lesioni della cute, la loro ingestione (a seconda del tipo di olio e della
quantità ingerita) è potenzialmente mortale.
La somministrazione per bocca è comunque sconsigliata nella prima infanzia, in gravidanza, allattamento e
nei soggetti affetti da gravi epatopatie e/o insufficienze renali. Particolare attenzione inoltre andrà posta
nella somministrazione contemporanea con farmaci interferenti col sistema enzimatico Citocromo P450,
per possibili reazioni avverse indesiderate.
Qualità degli oli essenziali
La qualità di un olio essenziale (come di qualsiasi estratto di piante medicinali) dipende della qualità delle
piante usate e dalle capacità del distillatore. Un metro di giudizio parziale, ma che ci può dare una prima
indicazione, è la qualità dell’etichettatura. Una etichettatura completa e professionale dovrebbe
comprendere:
• (uso interno, bambini, gravidanza, ecc.)
• nome botanico (e nome popolare)
• eventuale caratterizzazione chemotipica
• parte della pianta usata
• luogo di raccolta
• metodo di estrazione
• data di estrazione
• eventuali operazioni effettuate sull’olio grezzo (deterpenazione, ecc.)
• cautele
In caso di dubbio, il vostro fornitore dovrebbe essere in grado di mostrarvi documentazione che attesti
l’originalità del prodotto.
Un’analisi effettuata in laboratorio per valutare l’efficacia di un olio essenziale è l’aromatogramma.

 

 

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